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"GIUSTIZIA EMOTIVA"
Il saggio di umanesimo giuridico di Avv. Romina Centrone

Sinossi:

 

“Giustizia emotiva” – Il saggio di umanesimo giuridico dell’Avv. Romina Centrone introduce la grammatica emotiva del diritto
Esiste una dimensione della giustizia che raramente appare nelle sentenze, negli atti processuali o nei manuali di diritto. È la dimensione umana. Quella fatta di paure, rabbia, senso di perdita, desiderio di riscatto.
Da questa consapevolezza nasce “Giustizia emotiva”, il saggio dell’avvocato Romina Centrone, che propone una riflessione profonda sul rapporto tra diritto ed emozione e sul ruolo degli operatori della giustizia in una società attraversata da conflitti sempre più complessi.
L’opera si colloca nel solco dell’umanesimo giuridico e della narrazione forense con una visione del diritto che non riduce il processo a un semplice meccanismo tecnico ma lo riconosce come luogo in cui le storie delle persone incontrano l’ordinamento per trovare una forma di ricomposizione.
Chi varca la soglia di uno studio legale, infatti, non porta soltanto un problema giuridico. Porta una frattura. Una separazione, una perdita, un torto subito, una ferita ancora aperta. Spesso quella persona arriva nel momento più fragile della propria vita, quando il conflitto ha ormai trasformato la quotidianità in un terreno instabile.
È proprio da questa osservazione che Centrone introduce uno dei concetti più originali del saggio: la figura dell’avvocato come “mediatore emotivo”.
Secondo l’autrice, l’avvocato è il primo destinatario del caos emotivo della persona che entra in studio. Non un cliente nel senso tecnico del termine, non un semplice assistito, ma una persona travolta da un uragano di emozioni frammentate e disordinate.
Il compito del professionista è allora quello di compiere un duplice intervento.
Da un lato non lasciarsi travolgere da quell’uragano emotivo, mantenendo lucidità e rigore professionale, così da poter rappresentare un faro per la persona che in quel momento si affida al legale.
Dall’altro tradurre quella frammentazione emotiva in una narrazione giuridica coerente ed ordinata sia cronologicamente che come collegamento causa effetto del susseguirsi delle azioni che hanno portato all’ultimo atto della storia che ci occupa. Il tutto va poi tradotto dall’avvocato in un linguaggio giuridico, fatto di contenitori giuridici che inquadrino quelle emozioni e di scelte processuali (un rito piuttosto che un altro) in grado di perseguire l’obiettivo personale da raggiungere compatibilmente con gli strumenti legali offerti dal nostro ordinamento.
Le emozioni, infatti, non entrano nel processo in forma diretta. Vengono inglobate in contenitori legali, cioè nelle figure giuridiche predisposte dall’ordinamento.
Centrone definisce questo passaggio “grammatica emotiva del diritto”: la capacità di trasformare sofferenza, paura, rabbia, senso di ingiustizia in categorie giuridiche comprensibili, sostenute da norme e prove, capaci di ottenere un riconoscimento pubblico attraverso una sentenza o attraverso un accordo omologato.
È un passaggio delicato. Ma è proprio lì che il diritto compie la sua funzione più alta.
Solo quando il vissuto emotivo viene tradotto correttamente nel linguaggio dell’ordinamento, il processo può diventare un punto di svolta per la persona che chiede aiuto alla giustizia affidandosi all’avvocato per prima e a tutti gli operatori del diritto poi (giudici, consulenti ecc.) e non la perpetuazione del conflitto. Solo allora si può mettere davvero un punto e consentire alla persona di ricominciare con gli strumenti offerti dalla legge.
Il principio di giustizia emotiva, promosso dall’autrice, afferma che il diritto, per essere autenticamente giusto, deve saper intercettare quella dimensione emotiva e tradurla in linguaggio giuridico senza svilirla, senza mortificarla, senza ignorarla. E, perché questo accada, è necessaria la collaborazione di tutti gli operatori del diritto coinvolti nel processo (avvocato, giudice, consulenti ecc..).
Non si tratta di far entrare l’emozione nel processo in modo incontrollato.
Si tratta, piuttosto, di riconoscerla, comprenderla e governarla attraverso gli strumenti razionali del diritto.
In questa prospettiva prende forma anche un altro concetto centrale del libro: la giustizia che cura.
Curare non significa attribuire al processo una funzione terapeutica. Significa riconoscere che il sistema giustizia, attraverso il lavoro coordinato di avvocati, giudici, mediatori, assistenti sociali, consulenti e operatori del diritto, può contribuire a ricomporre una frattura e a restituire equilibrio a quella persona che chiede aiuto alla giustizia perché non sa più come fare nel suo privato a chiudere un capitolo della propria vita caotico e controproducente.
Quando la giustizia funziona, la persona che vi si rivolge non ottiene soltanto una decisione. Ottiene qualcosa di più prezioso: la possibilità di mettere ordine nel caos in cui vive e di aprire un nuovo capitolo della propria vita utilizzando gli strumenti offerti dall’ordinamento.
Proprio per l’alto valore etico e giuridico delle riflessioni contenute nell’opera, il saggio è stato presentato presso la Camera dei Deputati a Montecitorio nel mese di febbraio 2026, in un momento storico in cui il rapporto tra diritto, persona e responsabilità sociale della giurisdizione richiede una rinnovata attenzione.
“Giustizia emotiva” si propone così come un contributo culturale rivolto agli avvocati, ai magistrati, agli studiosi del diritto e a tutti coloro che credono in una giustizia capace di unire rigore normativo e consapevolezza umana perché affrontano il processo con il cuore in mano.

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